lunedì 30 maggio 2016

Damiano Leo: "Benedetta stanchezza"

(Damiano Leo, l'immagine è tratta dal profilo facebook  di Damiano Leo)


 Ricevo da Damiano Leo e pubblico il racconto "Benedetta stanchezza". Buona lettura!




"Benedetta stanchezza"




La possibilità di andare a scuola oltre le medie, in casa Manganiello, l’avevano avuta solo i maschi.
Così Giovannina aveva da subito cominciato a lottare con letti da rifare, pietanze da preparare, piatti da lavare e poi spazzare, stendere, stirare, andare al mercato, alle poste per pagare questa o quella bolletta, rammendare, tessere, dar da mangiare a pesci e pesciolini dell’acquario, portare Blek – il cane di casa – a fare i suoi bisogni, accendere il fuoco nel camino, rifornire il deposito di legna attingendo dalla cantina, apparecchiare per la cena, sparecchiare, lavare nuovamente pentole, piatti e posate e mille altre incombenze familiari.
A tutto si fa il callo e Giovannina aveva due mani che sembravano pale da forno. Andare su e giù per casa, uffici e paese, via via, le dava sempre meno preoccupazione. La fatica di fare e rifare, le procurava sempre meno dolore. Era come per gli antichi che, per abituarsi alla cicuta, ne bevevano poco per volta, ma sempre, anche quando non la sopportavano.
Per Carmelo, come per molti uomini di allora, le cose erano andate diversamente.
Studio e lavoro, uno soltanto, fino allora.
Usciva di casa alle nove meno dieci di mattina e si ritirava alle tre del pomeriggio.
Una volta, proprio mentre tornava dal suo impiego, incontrò Giovannina e i due, sudate le classiche sette camicie, convogliarono a giuste nozze. Il lavoro c’era e la sua donna, già da tempo, sapeva lavare, stirare, cucinare, filare, rammendare, tinteggiare, accendere il fuoco. Sapeva anche, all’occorrenza, governare animali domestici.
Il pasto serale, da anni, per i due coniugi che già avevano una mezza dozzina di figli, rappresentava un rito al quale nessuno doveva mancare.
Giovannina, testa china sui fornelli, riscaldava la minestra per il marito. In due o tre pentole a parte cuoceva primi e secondi per i figli. Intanto che l’acqua raggiungeva l’ebollizione apparecchiava per tutti, affettava il pane, grattugiava il formaggio, lavava e condiva l’insalata. Toglieva e rimetteva i coperchi prima sulla pentola della pasta e poi del riso, attenta alla cottura. Toglieva dal gocciolatoio l’avanzo dell’insalata che spariva nella pattumiera con un colpo di gomito. Le mani impegnate a rimestare.
Un paio d’urli e tutti erano a tavola.
Papà sbuffava tra i baffi.
Se il più piccolo dei figli aveva “dimenticato” altrove la sua sedia, la mamma la recuperava. La mamma benediceva la tavola; versava vino e acqua; condiva l’insalata; non faceva mancare una spruzzatina di parmigiano al grande; pecorino al piccolo; caprino per il marito e, se ne rimaneva ancora un po’, era per sé.
Tornava un attimo di là. C’era una camicia da smacchiare, in bagno. E giacché si trovava da quelle parti, tirava fuori i pigiami; sostituiva le federe ai letti, innaffiava i gerani sul balcone. Di corsa tornava in cucina.
Carmelo, inchiodato alla sua sedia, sbuffava: «Non si fa mai giorno, in questa casa!».
Buon appetito a tutti, mentre la mamma, ancora in piedi, toglieva dal lavello le prime pentole; riattizzava.
«Il sale, manca il sale!». State, state, va mamma a prenderlo.
«Il pane, è finito il pane! Chi lo prende? Chi lo affetta?». Non muovetevi, ci pensa mamma, tanto è ancora in piedi.
Giovannina, non si sedeva mai.

Carmelo, era stanco, molto stanco.



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