lunedì 13 luglio 2015

Madonna della Grotta (2° parte)

(Madonna della Grotta, foto Pino Santoro)






Un ignorato architetto del Trecento Domenico De Juliano*

di Rosario Jurlaro







Prescindendo, egli come architetto ebbe una precisa conoscenza dell’evoluzione stilistica che da qualche secolo si andava attuando nel settentrione. Comunque questa chiesa che è nell’agro di Ceglie messa in rapporto con la chiesa di Santo Stefano di Soleto che presenta una facciata simile ed è datata, per gli affreschi al 1347, ed anche se pure con riserve, alla Madonna della grotta o San Vito di Ortelle, ed a Santa Marina di Muro Leccese seminterrate e non ancora datate.
Se in Toscana si ritrova frequente il tipo di campanile a vela che nella chiesa di S. Maria della grotta di Ceglie è l’elemento distintivo; nel Lazio e precisamente a Viterbo si ritrova in San Silvestro, tragico teatro ricordato da Dante, lo stesso tipo di campanile, e nella chiesa di San Francesco lunga 54 metri e larga solo 10, ad una sola navata, lo schema planimetrico assai raro al quale comparare questa chiesa salentina.
Quindi, se potesse precisarsi la provenienza di Domenico dal casale Juliano potrebbe precisarsi anche meglio l’età della costruzione di questo interessante monumento salentino, dicendosi compiuto sui principi del XIV secolo, cioè quando Francavilla, vicina a Ceglie ed alla chiesa di Santa Maria della Grotta, passò in feudo agli Antoglietta già feudatari dal 1297 del casale Juliano attuale Giuliano sobborgo di Castrignano del Capo. Spesso i feudatari hanno avuto un ruolo non scarso nella diffusione della cultura e dell’arte.

 
 
(Madonna della Grotta, Foto Pino Santoro)
 
 
 

 
(Madonna della Grotta, foto Pino Santoro)
 
 
 
(Madonna della Grotta, foto Pino Santoro)
 
 
 
 

Questa proposta attribuzione cronologica con i caratteri gotici dell’epigrafe, ed oltre tutto con i caratteri stilistici degli affreschi sia della parte superiore della chiesa, sia di quelli ora scoperti nella grotta. La scollatura della veste del Bambino dell’affresco che è nella grotta, rettangolare e limitata da un sottile orlo oscuro è simile a quella dell’angelo della Natività affrescata nella chiesa superiore di Assisi ed attribuita ad un seguace di Cimabue.
Vi è nello stesso l’aureola incisa a raggiera e certa durezza, cioè una prevalenza di disegno, nei contorni, sul colore se non sui volumi.
Il viso dello stesso bambino tondeggiante con capelli aderenti ed espressione matura, si rifà ai tipi giotteschi, vedi Madonna d’Ognissanti nella Galleria degli Uffizi. Il nimbo cruciato è simile a quello che è nella Fuga in Egitto dell’Arena di Padova. La croce del nimbo, determinata da doppia linea per lato ed ornata negli spazi è quasi simile a quella del Gesù del <<Noli me tangere>> della stessa Arena di Padova, dipinti di Giotto.
Architetto quindi e pittore dovettero essersi bene intesi in un discorso complesso sui progressi dell’arte nell’Italia centrale. Discorso possibile se si considera che gli Angioini di Napoli e quelli di Taranto erano impegnati politicamente con Roma e con la Toscana proprio in quel periodo al quale può andare attribuita questa chiesa.
Perché si elevò questa chiesa e da chi fu officiata non è facile accertarlo. Oggi essa è inclusa tra i locali di una masseria, ma nessuno di questi locali sembra sia della sua stessa epoca e sia stato ambiente di un monastero o convento di religiosi. È nella tradizione orale che sia stata una chiesa officiata dai Basiliani, ma niente lo conferma, nemmeno la presenza dell’immagine di Sant’Antonio Abate assai diffusa anche in ambienti non basiliani della regione.
Un’antica memoria che parla della vita dei Domenicani in Brindisi, fuori dal centro urbano, accanto alla chiesa ora detta del Cristo, anch’essa ad una sola navata, in capanne di frasche e di paglia, fa supporre che anche questa chiesa sia stata officiata, forse per pochissimo tempo, dai Domenicani. Lo potrebbe confermare l’affresco di un santo, nella chiesa superiore sulla parete sinistra nella penultima campata, vestito, per quel che sembra, con abiti domenicani e con cartiglio aperto ed illeggibile nella sinistra, benedicente però alla greca.
La chiesa fu meta di pellegrinaggi. Sull’affresco che rappresenta S. Antonio Abate sul pilastro sinistro al lato dell’abside, vi sono vari graffiti di pellegrini; in uno si legge: aprele 1473 fuit processio… Si andava in primavera a S. Maria della Grotta dai vari centri vicini.
Il capitolo della chiesa matrice di Ceglie nel secolo XVI era patrono della chiesa e delle terre adiacenti, e varie carte parlano delle rendite devozionali che questa chiesa offriva annualmente. Nel 1565 l’arcivescovo Bovio la trovò in possesso dell’arciprete di Ceglie con l’obbligo di alcune decime alla Mensa Arcivescovile e due messe alla settimana. In seguito divenne quel che oggi è: ovile nella prima parte e nella grotta, deposito per foraggi nella parte mediana, stalla nell’ultima parte. È sempre però Santa Maria il suo nome.

 
 
 
 
 
 
(Madonna della Grotta, foto Pino Santoro)
 
 
 
(Madonna della Grotta, foto Pino Santoro)
 
 
 
 
 
 
*Osservatore Romano (p. 5, N. 155) 8 luglio 1964.

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