mercoledì 22 giugno 2016

Damiano Leo: "A Tolone"

(Damiano Leo, l'immagine è tratta dal profilo facebook  di Damiano Leo)


 Ricevo da Damiano Leo e pubblico il racconto "A Tolone". Buona lettura!





"A Tolone"

“Vieni in Marina e girerai il mondo”, era questo, in quegli anni, lo slogan pubblicitario per chi voleva arruolarsi. Per me che lo feci, cominciava da subito a diventare realtà.
Il mio vecchio cacciatorpediniere levò le ancore alla volta di Tolone, in Francia. Le promesse cominciavano a realizzarsi e sia io, che i miei giovani commilitoni, gioivamo di una gioia nuova. Non a tutti era data l’opportunità di conoscere porti ed abitudini stranieri. Udire, dalla viva voce, lingue diverse dall’italiano o dal vernacolo. I giovani dall’ora parlavano poco e male la lingua nazionale. Per le strade imperavano i vari dialetti e pochi arrivavano ad un grado scolastico dove poter studiare altre lingue.
L’allegra combriccola di giovani marinai aveva solo me avanti negli studi. Oltre alle medie, dove avevo appreso i primi rudimenti di francese, avevo frequentato anche il primo scientifico. Altro francese. Potevo ben dirmi capace di intavolare un qualche discorso, all’occorrenza. Le quattro o cinque casacche bianche, con il classico solino blu, potevano ritenersi fortunate. Nessuno dei marinai con i quali sbarcai a Tolone, aveva superato le elementari. Niente lingue straniere. Ero io il loro interprete ufficiale.
L’agio, una paghetta suppletiva per quando si era all’estero, doveva bastarci per tutta la sosta francese. Pochi franchi. Comunque non volevamo ripartire senza aver assistito, almeno una volta nella nostra vita, ad uno spettacolo di Can-can francese.
Per la prima libera uscita decidemmo di non visitare alcun ristorante. Non dovevamo e non potevamo sederci comodamente per cenare. Ma qualcosa dovevamo pur mettere nello stomaco. In qualche modo dovevamo pur prenderlo in giro, lo stomaco.
Per alzata di mano si decise di acquistare panini dal forno ed affettati da una salumeria. L’unione delle due cose, ci avrebbe fatto risparmiare. Sì, ma, come far capire alla salumiera cosa doveva affettarci? Toccava a me risolvere la questione. Il francese, più o meno, sapevo parlarlo solo io. Il meno lo nascosi nel mio io, il più lo sbandierai ai miei amici. Panini celati in una busta di plastica, affrontammo la prima Alimentaire. L’enorme scritta sulla porta d’ingresso non destava dubbi: lì avremmo trovato tutto il necesser per riempire i nostri sfilatini.
Nello stesso istante in cui toccava a noi, il mio francese cadde come in un baratro. Perdevo inesorabilmente tutta la mia sicurezza. Non potevo, però, tirarmi indietro. Toccava a me spiegare cosa volevamo. E mi buttai a capo fitto.
«Nu vulon en pè d’affettè pur le notre pen». La signora dietro al bancone mi guardava perplessa. Io, imperterrito, continuavo. «Nu le pen ce l’aviom già. Da chi vulom sulamend en pe d’affitton, salame, prosciut e mortadellà». La proprietaria della salumeria cercava di interrompermi. Supplicava con gli occhi i miei amici di farmi tacere. Ma io dovevo farmi capire. Solo io potevo parlare francese, con la signora e continuai a farlo, cosciente, però, di stare a italianizzare un pessimo francese. «Affitton, nu volom sole affitton – continuavo caparbiamente – le pen no, nu già l’aviom, vulom sol en pe de  martadellà, salame e prosciut».
La commessa parve improvvisamente appagata. Certamente aveva compreso il mio francese. S’allungò verso di noi, restando dietro al bancone e, in perfetto italiano, scandì: «Ditemi esattamente cosa volete, bei marinai».
Uno degli amici glielo disse in perfetto siciliano e quella capì subito.
Ci salutò con una manina. Con l’altra indicò un grosso cartello posto in vetrina. Lo leggemmo: “SI PARLA ITALIANO”. Lo avessimo letto entrando, non avrei sciorinato tutto il mio orribile francese.



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