venerdì 10 giugno 2016

Damiano Leo: "Bello di mamma"

(Damiano Leo, l'immagine è tratta dal profilo facebook  di Damiano Leo)


 Ricevo da Damiano Leo e pubblico il racconto "Bello di mamma". Buona lettura!






"Bello di mamma"

Le avevano assicurato che entro un mese dall’accorata richiesta, nella sua casa di campagna, si sarebbe accesa una nuova luce. Finalmente, per Giovannina, si sarebbe avverato il sogno della vita. Già immaginava come sarebbe stato l’angioletto che desiderava da sempre, da prima ancora di prendere in sposo il suo Carmelo.
Suo marito, forse perché duro di comprendonio, non si era preoccupato più di tanto. “Tutti, prima o poi, riceviamo qualcosa di grande” – pensava fra sé e sé e continuava – “ non per questo dobbiamo fare il diavolo in quattro”.
Sua moglie, invece, il diavolo in quattro lo fece e come. Avuta la buona novella cominciò a curarsi mani, piedi e capelli come non aveva fatto mai. Conosceva donne che con le unghie lunghe avevano procurate bruttissime. Anche lei avrebbe portato in giro il suo amoretto. Non poteva, quindi, mostrarsi trasandata. Dovevano ben figurare, lei e il suo batuffolo.
L’attesa diventava sempre più estenuante. Come quella dei tartari. Sempre più spasmodica, incresciosa, travolgente. Carmelo proprio non capiva. Di certo importante lo era, l’atteso, ma tutto ha un limite.
Sua moglie non ragionava proprio come lui. L’attesa pesava e i giorni non passavano mai. Nonostante le mille cose da fare. Chi sta per venire va accolto con tutti i sacri crismi. Non potevano – secondo Giovannina – farsi trovare impreparati. Bisognava muoversi, andare, venire, tornare, riandare, fare, disfare, tinteggiare quello che era da tinteggiare, lavare, stirare, cucire, sterilizzare. Certe cose le capiscono solo le donne. E Giovannina era una donna e per giunta molto sensibile. Questo, in verità, il marito glielo aveva sempre riconosciuto e la lasciava fare.
Ora stava lavorando all’uncinetto. Qualcosa di caldo avrebbe sicuramente fatto comodo, all’occorrenza. Il suo pupillo che stava per arrivare – mancavano forse poche ore – non lo avrebbe mai e poi lasciato al freddo.
Nella stanza riservata al grande atteso, non mancava proprio niente: letto, sofà, giocattoli, un grande cesto misteriosamente rivestito di spugna e sistemato nell’angolo più caldo e tante altre diavolerie di cui, sinceramente, neanche Giovannina conosceva l’utilità.
La donna aveva rifatto le tende color arcobaleno. L’uomo ritinteggiato le pareti. Sua moglie ci teneva proprio tanto. Al diavoletto che stava per arrivare sicuramente sarebbero piaciute.
Le avevano detto un mese, non più di un mese. Ma ancora non succedeva nulla. Più volte le era capitato di vedere da lontano qualche impiegato comunale, ma sempre avevano svoltato senza proferirle parole.
Doveva ancora pazientare. Certe situazioni si accomodano col tempo. Forse poteva ancora rivedere alcune cosucce, nella cameretta del grande atteso.
Risistemò il cesto con un morbido asciugamano. Spazzò, lavò, stirò. Dotò la stanza di un radiolone coloratissimo. Lo accese svogliatamente mentre continuava a spolverare. Una notizia le dette buon umore: l’affido diventava meno burocratico. Chissà se la cosa le sarebbe mai tornata utile.
Qualcuno suonò alla porta. Si precipitò. Il grande giorno era arrivato. Le allungarono l’atteso, finalmente: un microscopico cucciolo di cane che le pisciò in grembo.
«Bello di mamma!» esclamò raggiante.


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